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Ucraina, un déjà vu

Sono mesi ormai che sulla prima pagina del Financial Times si parla della crisi in Ucraina, creata dall’annessione forzata della Crimea e dalla presenza di milizie russe nella parte orientale del paese. Francamente lo spettacolo è avvilente. Per cercare di capire perché siamo ritornati alle fasi più brutali della Guerra Fredda e quali sono le motivazioni di Mosca, ho fatto delle ricerche e sono arrivata alla conclusione che l’invasione della Crimea e la destabilizzazione dell’Ucraina orientale fanno parte di una escalation di tattiche usate dal Cremlino negli ultimi vent’anni per mantenere la propria presenza nei territori che facevano parte della sfera d’influenza dell’ex Unione Sovietica. A partire dal crollo dell’Unione Sovietica, la Russia ha direttamente contribuito alla separazione di quattro aree a maggioranza etnica Russa nell’Eurasia: la Transnistria, uno stato autoproclamatosi indipendente dalla Moldova; l’ Abazia, sulla costa del Mar Nero in Georgia; l’Ossezia del Sud, nella parte nord della Georgia; e il Nagorno Karabakh, una regione montagnosa nel sud ovest dell’Azerbaijan. L’influenza di Mosca ha creato in questi stati dei conflitti cosiddetti “congelati” dove gruppi autonomi, grazie alla protezione della Russia, rimangono al di fuori della sfera d’influenza dei loro governi centrali. Questi conflitti “congelati” fanno parte di una legacy che riporta al particolare federalismo tipico dell’ex Unione Sovietica. Sotto Stalin tra il 1922 e il 1940 vennero create le unità territoriali che diedero luogo alle 15 Repubbliche Socialiste Sovietiche, che poi sono divenute nazioni indipendenti quando l’Unione Sovietica si è dissolta nel 1991. Anche se inizialmente concepite come nazioni “indipendenti”, ognuna delle 15 Repubbliche conteneva al suo interno gruppi di minoranza etnica russa. La presenza

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