Un’occasione mancata (non per me ma per la Rai)

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Si è conclusa circa una settimana fa la mostra “1924-2014. La Rai racconta l’Italia” al Vittoriano. Visto che mamma Rai mi dà da mangiare da circa 15 anni di questa sua illustre storia mi ero ripromessa, da brava aziendalista, di non perdermela. E così ho fatto. In un fresco sabato pomeriggio di Marzo, mi sono presa il mio bel mezzo pubblico e sono andata a sbirciare.

Faccio subito una premessa: il fatto che fosse gratuita mi faceva già storcere un po’ il naso… non so, sentivo puzza di bruciato. Ma come, direte voi, ci lamentiamo sempre che ci fanno pagare anche l’aria che respiriamo e tu ti lamenti che una mostra (sul servizio pubblico, tra l’altro) sia gratis? Sì lo so, avete ragione ma troppo spesso, in Italia, quello che è gratuito, “c’ha la magagna” come si dice a Roma (per gli abitanti delle altre regioni si traduce con “riserva brutte sorprese”). Ma non ho voluto farmi influenzare da questo sciocco pregiudizio e sono entrata baldanzosa.

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Non starò qui a tediarvi anche con la piccola delusione che mi ha pervasa quando ho scoperto che l’ingresso non era quello maestoso di via dei Fori Imperiali ma quello sul retro, come quello riservato a Cenerentola, un po’ defilato. Comunque, entro con falcata sicura e la prima sala mi fa strabuzzare gli occhi: per una ragazzina cresciuta a pane e Pippo Baudo, vedere il costume di scena di Heather Parisi, tutto tempestato di paillettes con Mickey Mouse sul fondoschiena è stato un vero colpo al cuore. E poi gli abiti di Mina, lo smoking di Corrado, le piume di Renato Zero, la giacca col fiocco rosso di Raffaella Carrà di “Chissà se va”, persino l’abitino trapezoidale di Lucianina Littizzetto indossato l’anno scorso sul palco dell’Ariston sembrava più bello. Lì per lì mi sono detta “vedi? Sei sempre la solita malfidata”. E sono andata avanti. Le cose più interessanti erano naturalmente le più antiche, come l’atto di costituzione della “Società per Azioni Radio Audizioni Italia (RAI)”, il documento di “censimento a fini razzistici” datato 1938 o una interessante circolare che provvedeva a specificare che l’Azienda si sarebbe preoccupata di controllare la pronuncia dei cognomi da parte degli annunciatori e degli speaker (quanto ce ne sarebbe bisogno oggi di una circolare simile!).

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La cosa che invece mi ha fatto veramente capire quanto noi italiani, a volte, possiamo essere approssimativi (per non dire altro) è stato l’allestimento delle varie salette in cui veniva proiettato, diviso per grandi aree tematiche, il materiale delle eccezionali Teche Rai. Ma io dico: santa pace, ci vuole molto a capire che se tra una sala e l’altra c’è solo un pannellino di compensato l’audio dei vari filmati si sovrappone? Come se non bastasse poi, ad introdurre le sezioni dedicate alla fiction televisiva, all’intrattenimento, all’informazione o allo sport c’erano dei totem dove alcuni testimonial eccellenti (da Andrea Camilleri a Emilio Ravel, da Sergio Zavoli a Marcello Sorgi, da Piero Angela a Bruno Vespa) facevano da ciceroni al tema successivo. Naturalmente anche le loro voci erano ad un volume talmente basso (e sovrastate dal resto) che era pressoché impossibile seguire il filo del loro discorso. Confesso (ahimè) di aver desistito a metà di quasi tutte le testimonianze. Ad arricchire ulteriormente la quantità di materiale visionabile, c’erano dei piccoli schermi dove, grazie ad una cuffia, si poteva ascoltarne l’audio. Perfetto direte voi. Ve piacerebbe, dico io. Eh già, perché tralasciando il fatto che le cuffie erano singole (nel senso che avevano un solo auricolare e quindi inutili visto il rumore), molte di esse erano rotte o gettate in terra.

Mi sono guardata intorno per capire se ci fosse un personale che controllasse l’inciviltà dei visitatori ma, purtroppo, non ho avuto modo di vedere nessuno preposto a tale mansione. Fino al momento in cui, a 15 minuti dalla chiusura della mostra, si sono materializzati 3 o 4 personaggi che ci hanno “suggerito” di avvicinarci all’uscita in modo non proprio educato.

Ma la ciliegina sulla torta è arrivata all’uscita: poco prima della porta c’era un minuscolo banchetto (dietro al quale era seduta una signorina che sbiascicava rumorosamente una gomma da masticare e giocava con il cellulare), sopra a cui erano adagiati, in modo disordinato, due cataloghi. Avendone acquistato già uno precedentemente, chiedo il prezzo del secondo. La suddetta signorina, sospirando e alzando a malapena gli occhi dal cellulare mi risponde “25 euro”. OK, mi sembra che ci siano belle foto e forse molte delle cose che ho perso per colpa dell’audio carente, quindi mi convinco e le dico “ne prendo due, uno è un regalo. Posso pagare con il bancomat?”. A quel punto la signorina trasale e, dopo aver buttato un occhio al registratore di cassa ancora con lo scontrino a rotolo, mi dice di no. Ma sono sicura che sottendeva un bel “ma lei è pazza?”.

Non avendo abbastanza soldi mi vedo costretta a rinunciare ma è proprio in quel momento che mi torna alla mente quando, a luglio scorso, visitai la mostra di David Bowie a Londra al Victoria and Albert Museum. E, inevitabilmente, scatta l’impietoso paragone: con la modica cifra di 15 sterline si poteva visitare una mostra ricca, completa, con tanto di dotazione (gratuita) di cuffie (due, addirittura una per ogni orecchio!) in cui, via via che si procedeva nelle varie sezioni, veniva riprodotto l’audio relativo all’oggetto o al filmato che si stava guardando. Roba da fantascienza. E all’uscita c’era un fornitissimo negozio dove, non solo si poteva acquistare tutto il materiale possibile ed immaginabile relativo alla mostra ma era possibile (udite udite) pagare con bancomat e carta di credito. Ah, la modernità!

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In conclusione mi sono chiesta: perché non siamo capaci a fare le cose come si deve? Per negligenza? Per pigrizia? Oppure siamo così presuntuosi da pensare che, siccome siamo il paese con più ricchezze artistiche per metro quadro, ci possiamo permettere di esporle senza cura tanto un cretino che le viene a vedere lo troveremo sempre? Io avrei pagato volentieri per vedere una mostra che racconta la Rai perché, volente o nolente, da decine di anni racconta chi siamo (e mi sono commossa per la centesima volta davanti agli attentati a Falcone e Borsellino o alle strepitose immagini di repertorio di Piazza San Giovanni gremita di gente per i funerali di Berlinguer). Io credo che la buona intenzione ci sia stata, anzi, non ne dubito. Ma ancora una volta abbiamo perso un’occasione. Cerchiamo di abituare la gente che le cose belle, è giusto pagarle, perché ne guadagniamo tutti. E finisco citando una frase della storica “Cartolina di Andrea Barbato” del 1992, che mi sembra calzi a pennello: “le platee cambiano ogni giorno, l’Italia resta lì”. Arrivederci.

Chiara