Quella volta in cui Fellini m’imbocco’

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Federico Fellini mi ha imboccata. No, non sono una mitomane. Ho le prove. Tre foto in bianco e nero scattate nell’estate del 1982 in un ristorante di Grottaferrata. Era il preferito del Maestro, che lì riuniva amici e collaboratori durante interminabili e rumorosi pranzi.

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Uno di questi era Pierluigi Praturlon, più noto come ‘Pierluigi‘, grande fotografo italiano scomparso nel 1999, autore di foto memorabili come quelle di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi ne La Dolce Vita o di Sofia Loren piangente dopo lo stupro ne La Ciociara.

Avevo 22 anni e sognavo di diventare fotografa. Una grande passione. Avevo già fatto due piccole mostre a Roma e collaboravo con alcuni quotidiani, quando un mio caro amico mi propose di affiancarlo come fotografa di scena sul set di una miniserie in costume per la tv francese, La Chambre des dames, protagonista Marina Vlady, in lavorazione a Cinecittà. Antonio Casolini – si chiamava così questo artigiano e grande uomo che introdusse con garbo e affetto una ragazzina di buona famiglia come me nel complicato e sconosciuto mondo dei “cinematografari” – era un fotografo che aveva anche una bottega artigiana di cornici insieme alla sua adorata, e adorabile, moglie Rita. Lo avevo conosciuto così, per caso, portando delle foto a incorniciare. E ogni volta che andavo a trovarlo, mi svelava qualche segreto su obiettivi, esposimetri e inquadrature. Qualche volta mi portava ad esercitarmi in giro per la città, così poi tornavo a casa carica di rullini da sviluppare e foto da stampare nella mia cameretta. Ci lasciò qualche anno dopo portato via da un tumore ai polmoni. Due giorni prima di morire, sfinito dalla malattia, mi diede l’ultimo consiglio: “Elisabbè, se proprio devi fuma’, prima metti le sigarette in frigo, fredde fanno meno male. Damme retta….”.

Durante quella estate, uscivo ogni mattina con la borsa fotografica in spalla e inforcavo il mio ‘Ciao’ bianco, che lasciavo a Piazza Barberini. Lì poi prendevo la metropolitana fino a Cinecittà. L’impatto iniziale fu emozionante. Camminare lungo i vialetti della Fabbrica dei Sogni e incontrare attori, comparse, maestranze, sbirciare dentro i grandi teatri di posa dove giravano registi del calibro di Sergio Leone (che stava girando C’era una volta in America, leggi il post precedente), mi faceva salire l’adrenalina a mille. Un giorno Antonio mi presentò Pierluigi, che in quel momento stava cercando un assistente per lavorare sul set de La Traviata, regista un altro Maestro, Franco Zeffirelli. Era una mega produzione con Placido Domingo e Teresa Stratas (che – ricordo – a un certo punto delle riprese fuggì con il suo amante, un giovane macchinista, gettando tutti nella disperazione. Poi, mi pare, tornò sui suoi passi). Un set imponente sul quale ebbi modo di vedere all’opera talenti come Ennio Guarnieri, grande direttore della fotografia, e dello scenografo Gianni Quaranta, che per questo film ottenne una nomination agli Oscar e si guadagnò un Bafta (gli Oscar inglesi).

(se ti interessa leggi la seconda parte del post)