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Grazie François Truffaut, maestro di bellezza

Ricordo lo choc. Era il 21 ottobre 1984. Avevo 24 anni. In tv stavano dicendo che François Truffaut, dopo una lunga malattia, era morto. Era uno dei miei punti fermi. Ed ora non c’era più. Improvvisamente mi sentii sola. Avevo visto tutti i suoi film, più di una volta; avevo letto libri a lui dedicati, divorato le sue interviste, collezionato articoli e foto. Ogni volta che usciva una sua nuova opera, era una festa. Entravo con trepidazione nella sala, si spegnevano le luci ed ecco, in un attimo venivo catapultata nel suo mondo. E il cinema diventava vita. Poesia, malinconia, grazia, un arcobaleno di sentimenti delicati e profondi, profili di donne straordinarie, una visione dell’infanzia unica e irripetibile, un amore quasi ossessivo per i dettagli e al tempo stesso la capacità di interpretare con leggerezza e acume valori universali. I suoi erano film potenti, capaci di creare un legame, una complicità con il pubblico, una forte intimità con i personaggi delle sue storie. I 400 Colpi, Jules et Jim, Effetto Notte (La nuit américaine), Gli anni in tasca (L’Argent de poche)… quel ragazzino solitario, allergico alle regole e sempre in fuga, era riuscito a diventare un Maestro indiscusso della Settima Arte. E’ l’inizio di luglio 1983. François Truffaut si trasferisce con Fanny Ardant in una casa vicino a Honfleur, in Normandia. Vuole riposarsi e lavorare ai suoi progetti. A settembre nascerà la loro bambina, Josephine. Ma la sera del 12 agosto ha un malore. Gli riscontrano un tumore al cervello. Ha pochi mesi di vita, al massimo un anno. Si opera ma non è informato della gravità del

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